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    Dicono che il potere generi quel tipo di sete che è impossibile soddisfare.
    Non che non possa essere ottenuto, tutt'altro, ma che una volta compiuto il proprio percorso, giungendo così a quell'apice tanto ambito, ci si accorge di quanto effimero questo possa essere.

    Questo perchè esiste una vetta ancora più alta a cui aspirare, poi un'altra ancora più lontana, poi un'altra ancora. Oppure perchè semplicemente ci si accorge di quanto inutile sia giungere a quell'altezza. Cosa può farsene un solo uomo di tutto quel potere? Dove nasce quel desiderio di primeggiare, di spiccare, a cosa ambisce chi, di fatto, ha già ottenuto tutto?

    ...

    Sono passati diversi anni dall'ultima volta che la mia vita è stata in serio pericolo, diversi anni da quando il governo mi ha incaricato di eliminare un bersaglio pericoloso, di sedare una ribellione, di dare la caccia a qualche pezzo grosso o di correggere il modus operandi di un qualche ufficiale.

    Rarglove. Il nome di chi non è mai del tutto appagato, il nome che accompagna coloro che il destino ha marchiato a vita come eterni insoddisfatti. La loro sete è inesauribile, implacabile, come se nelle pagine del destino vi fossero loro dedicati interi capitoli di storia, perchè il solo fatto di essere nati con il fardello di quel nome li ponesse su di un gradiente tale che nient'altro che questo può essere il loro destino, la sete eterna.

    Sete di fama, sete di potere.
    Sete di avventure, sete di guerra.
    Sete di gioie, brevi, perchè semplice intervalli tra una pena e l'altra.
    Battaglie, sangue, morte. Crescere migliorarsi, morire.
    Risorgere, perchè no? Eternamente eterni.

    Immanenti, nella loro statuaria convinzione di essere perno immobile di un universo in costante, incessante e inevitabile mutamento.

    Che fosse questo ciò a cui sono quindi destinato?
    Che sia l'eterna insoddisfazione, l'eterno combattere nel vuoto? L'eterno credere di essere destinato a qualcosa di grande e quindi vivere continuamente nell'attesa del realizzarsi di questo destino che, come una mannaia che sfiora appena la carne del collo, è lì, pronto a manifestarsi?

    Cosa ne resta di quel ribollente sangue Rarglove nel momento in cui, tutto, semplicemente finisce?
    Cosa ne resta di quel glorioso destino, di quell'attesa snervante che fa tremare ogni singolo muscolo, quella profetica ascesa all'olimpo della storia?
    Cosa ne resta quando di storia non ne resta più?

    Quando il tempo è l'unico avversario rimasto da battere.
    Contro cui il nome Rarglove non è che l'ennesimo dopo milioni di altri e il primo di altri milioni.

    Cosa se ne fa, del proprio nome un leone, senza che vi sia una savana in cui essere leone? In fondo, i suoi aguzzi denti, sono così perchè la natura del tempo li ha modellati affinché potesse fronteggiare qualsiasi altro predatore. I muscoli delle sue poderose zampe si sono flessi infinte volte nel dispiegarsi delle ere affinché primeggiassero su quelli delle sue prede. Il suo pelo, il suo olfatto, la sua vista e perfino il suo riposo all'ombra di un albero, sono come sono per il solo fatto di essere ciò che è. Cosa ne sarebbe di un leone, se non avesse bisogno di quegli aguzzi denti, perchè la carne da addentare è più morbida del burro. Cosa ne sarebbe dei suoi poderosi muscoli se gli animali di cui si nutre non fuggissero, correndo? Sarebbe egli com'è ora?

    No.

    E cosa ne resta allora del nome dei Rarglove, ora che non necessitano dei loro denti aguzzi? Dei loro muscoli poderosi.
    Della loro vista, del loro fiuto. Ora che anche il loro riposo è futile inutilità?

    Domande, considerazioni.
    Pensieri che si perdono nel vento fresco, mentre le mie mani afferrano il freddo parapetto della finestra del castello. La luce è così abbagliante che impiego qualche secondo a mettere a fuoco.

    Skypiea. Casa.

    Il castello dei Rarglove è un rudere immanente che troneggia, imperioso, su di una distesa di deserte nuvole bianche. Null'altro intorno se non il vento e quelle soffici distese bianche.

    E che sia ironico o meno che l'immagine della dimora della più grande dinastia che la storia abbia mai conosicuto, rispecchi quasi involontariamente l'immagine di cui nevroticamente fantasticavo poc'anzi è tutt'altro che casuale.

    Quanto può essere imponente un rudere del genere, su di una distesa di null'altro che nuvole?

    ...

    Sono passati anni dall'ultima volta che ho imbracciato la mia arma, che ho sentito il brivido del pericolo, il sapore della battaglia.

    Ormai del glorioso guerriero è rimasta solo un'ombra, un nome sbiadito su pagine di storia ingiallite, che narrano di guerre, battaglie, corse alla vetta di una gloria mai giunta, tutte cose che sembravano essenziali, vitali, importanti fino allo spasmo qualche anno fa, ma che ora disegnano sul mio volto solo un sorriso nostalgico.

    Che in fondo, è forse questo ciò che ognuno di noi deve fare della propria vita. Combattere ogni secondo, ogni battaglia possibile. Sentire il sangue ribollire nelle vene, dare importanza a tutto ciò che bramiamo, desiderare ciò che desideriamo, afferrare ciò che ci è alla portata e distruggere qualsiasi ostacolo non ci permetta di farlo. Tutto, per poi scoprire la futilità di tale frenesia.

    E sorriderne.
    Sorridere della propria vanità, della propria brama del "di più".

    E crogiolarsi nei ricordi di quei momenti.
    Nostalgici, pieni di rimorsi, carichi di ogni genere di emozione immaginabile.
    Sorriderne ancora.
    Con l'amaro in bocca, ma sorriderne ancora.

    Mentre la storia dispiega le sue pagine, inesorabile, incurante di qualunque sia il tuo nome.
    E questa volta non ha importanza,
    questa volta proprio non ne ha.



    Edited by » ToX - 22/11/2016, 00:24
     
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